Il Falò, un fuoco dal sapore antico


di Emanuela Olobardi

È quasi sorprendente come un popolo si porti dietro tradizioni ed usanze millenarie e riesca a mantenerne vivo il fascino di generazione in generazione.
Questa è la storia del falò, un rituale dall’origine antica ma che accomuna, nella sua semplice spettacolarità, culture e popoli diversi. Il rituale del fuoco viene da sempre associato alla purificazione e alla consacrazione, quindi all’allontanamento degli influssi malefici ed in esso si fondono tradizioni pagane e cristiane. Ritroviamo riti della stessa natura in tutta Europa, dalla Scandinavia al Mediterraneo, sempre con le stesse caratteristiche. I significati attribuiti sono molteplici, diversi, ma profondamente simili, per esempio in alcune culture era il mezzo con cui l’uomo esprimeva il suo bisogno di dominare le forze della natura ed esorcizzare l’ignoto, una sorta di “vittoria sulle tenebre”, in altre significava rompere il freddo della notte invernale, in altre ancora era un rituale di fertilità, sia per gli uomini che per la natura. Nelle campagne, i contadini accendevano i falò in determinati periodi dell’anno per propiziare un’annata di buoni raccolti ed allontanare i mali e le avversità. Venivano raccolte le sterpaglie ed i rami e ne veniva fatto un rogo per poi spargere le ceneri nei campi al fine di propiziare il raccolto. Talvolta i contadini raccoglievano un po’ di cenere e se la spargevano sui capelli o sul corpo come protezione contro i mali. Questa tradizione è sempre stata così radicata, quasi a far parte dell’uomo stesso, che non è stata interrotta neanche dalla tradizione cristiana, anche se è mutato il significato, legandolo soprattutto alla celebrazione di feste religiose come Sant’Antonio Abate, San Giovanni, San Lorenzo ed altri Santi protettori. In molti casi, e per le festività più importanti, i fuochi si richiamano da una parte all’altra delle colline o dei fiumi sia per rendere “visibile” la condivisione del culto sia come sfida tra fazioni rivali. Il fuoco era, ed è ancora oggi, anche un’occasione per ritrovarsi e stare insieme in un momento di festa, un modo per rivivere ogni volta quel senso di identità che più o meno consciamente ci appartiene. La tradizione italiana dei falò viene ricordata anche da Cesare Pavese, nel suo famosissimo romanzo “La Luna e i falò”.

Li hanno fatti quest'anno i falò? - chiesi a Cinto.
Noi li facevamo sempre. La notte di S. Giovanni tutta la collina era accesa.
Poca roba, - disse lui. - Lo fanno grosso alla Stazione, ma di qui non si vede. Il Piola dice che una volta ci bruciavano delle fascine.
Chissà perché mai, - dissi, - si fanno questi fuochi.
Si vede che fa bene alle campagne, - disse Cinto, - le ingrassa.
(Cesare Pavese, La Luna e i falò, 1949)

Questo rituale che, come abbiamo anticipato, accomuna molte culture, trova anche in Toscana numerose rappresentazioni che vogliamo accennare ricordando solo alcune delle iniziative che si svolgono nel corso dell’anno, come per esempio l’antico rito pagano del falò di Pontremoli (MS) la cui origine risale ad un tempo in cui dal fuoco dipendeva la vita o la morte di una comunità perché fuoco significava poter cuocere i cibi, lavorare i metalli, produrre vasi e mattoni d’argilla, proteggere i raccolti grazie alle sue ceneri. Il fuoco nelle stagioni fredde significava calore quindi vita. Questo rito è stato ripreso anche dalla tradizione cristiana ed i tre falò che splendono a Pontremoli il 13 gennaio, Sant’Ilario, il 17 gennaio, Sant’Antonio Abate ed il 31 gennaio, San Geminiano, vengono portati avanti con passione anche oggi. Il primo viene allestito vicino al castello mentre gli altri due, ad una settimana di distanza l’uno dall’altro, diventano il simbolo festoso della rivalità tra le parrocchie che si sfidano nel greto dei due fiumi, il Magra ed il Verde, in una gara di fiamme per decretare il falò più alto. La notte del 24 dicembre, Abbadia San Salvatore (SI) si trasforma nella Città delle Fiaccole: enormi cataste di legna a forma di piramide vengono incendiate in ogni angolo del centro storico ed in tutto il resto della cittadina. La cerimonia si svolge ogni anno con un rituale tradizionale. Si dà il via alla cerimonia di accensione con la “Benedizione del Fuoco” che segna l’inizio della festa, la banda suona canti natalizi e la fiaccola davanti al Municipio viene accesa con il fuoco sacro. Da qui i Capi Fiaccola, con le loro torce divampanti, portano il fuoco che accenderà le altre decine di fiaccole disseminate nel centro storico e in tutto il resto della cittadina del Monte Amiata. A Gorfigliano (LU) troviamo i Natalecci, altissimi falò costruiti intrecciando rami di ginepro ad un palo di castagno, che vengono posizionati sulle colline più visibili del paese ed incendiati la sera del 24 dicembre.
Una serata speciale è anche quella che attende ogni anno Filattiera (MS) con l’accensione del fuoco in onore di Sant’Antonio. Un rituale che in passato aveva come scopo quello di proteggere, con un rito religioso collettivo, una delle fonti di reddito più importanti della campagna, l’allevamento del bestiame. Un rito che ogni anno viene riproposto anche come momento conviviale, in cui la popolazione si ritrova per trascorrere qualche ora in piacevole compagnia. Al termine del fuoco poi, come da tradizione, viene cotta la carne sulle braci del falò, da consumare insieme tra chiacchiere, canti e balli. Molti i falò, detti “focate”, anche in Versilia (LU) come a Forte dei Marmi, nella piazza centrale, in occasione della celebrazione di Sant’Ermete la sera del 27 agosto, a Seravezza per San Lorenzo la sera del 9 agosto, e a Ruosina in occasione della Triennale della Madonna del Santo Amore, alla fine di agosto. Sia a Seravezza che a Ruosina, paesini limitrofi, il falò viene preparato nel greto del fiume e crea uno spettacolo molto suggestivo. La tradizione dei falò fa senza dubbio parte di quel ricco patrimonio immateriale che fortunatamente ancora ci appartiene ed è parte di noi, e conserva un sapore antico che unisce popoli e culture in un’unica identità, pur mantenendo le sane ed importanti differenze e peculiarità “tra un campanile e l’altro”.

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