Sivlì: il piccolo gioiello della Valle Imagna


di Stefania Pendezza

Arte, cultura, ambiente e perfino stili di vita: il patrimonio di conoscenza trasmesso grazie all’artigianato è immenso e porta con sé tantissime informazioni sui popoli di ieri e di oggi. Tante sono le testimonianze di questa eredità diffusa tra pianura, montagna, collina, laghi e città; e il territorio bergamasco, con i suoi paesaggi così diversificati, è un esempio concreto di quanto l’artigianato manifesti le sue forti tradizioni ancora oggi. Qui, le attività legate alla terra come l’agricoltura e l’allevamento, sono state da sempre accompagnate alle arti manuali offerte dalle risorse del territorio come l’acqua, il legno, il ferro e la pietra che, unite all’inventiva degli uomini, hanno dato origine a opere laboriose dal grande potenziale economico. Nella bergamasca in particolare, un significativo esempio di artigianato diffuso e conosciuto è offerto dalla ricca Valle Imagna: oasi verde caratterizzata da paesaggi rurali ancora incontaminati e paesi che nascondono gioielli architettonici e pittorici di grande valore.
“Carboner”, “maringù”, “boscaroi”, “rasghì”, “turnidur” sono le espressioni dialettali con cui vengono tradizionalmente chiamati i mestieri legati all’utilizzo del legno che, storicamente, sorgevano sulle sponde del torrente Imagna, circondato dalle tante tornerie a ruota idraulica o altrove, con i torni a gamba usati per modellare i tanti oggetti d’artigianato diventati poi tipici della valle.
Qui, la manifattura del legno è stata contraddistinta anche dal grande amore per la musica, una passione che ha da sempre contraddistinto la popolazione di contadini e pastori, il cui lavoro nei campi veniva spesso accompagnato dalla musica popolare, dai riti e dai canti tipici della terra orobica. Il “baghèt”, la cornamusa di origini medievali di cui troviamo testimonianze in Valle Imagna e Seriana; le campane, costruite in tutta la provincia e i tanti strumenti ricavati dalla corteccia degli alberi, sono esempi di questa forte tradizione. E in quella che potremmo definire “la patria di Geppetto” si possono anche trovare i piccoli e grandi Pinocchi, tipici della Valle Imagna. La Valle Imagna è particolarmente conosciuta per i suoi flauti, tra cui spicca quello tipico della Valle, meglio conosciuto con il nome di Sivlì. Si tratta di un piccolo flauto a tre fori con un’estensione di otto note più la sensibile, ottenuta unendo l’apertura e la chiusura dei tre fori all’utilizzo del foro sul fondo: un oggetto di piccole dimensioni nato dalla creatività della gente del posto, costruito con strumenti semplici e tanta passione.
Sulle origini del Sivlì (e sul ricco patrimonio di strumenti musicali della bergamasca), abbiamo molte informazioni grazie al lavoro del Centro Studi Valle Imagna e di Valter Biella, musicista, liutaio e promotore etnomusicale della cultura bergamasca, che ha apportato un enorme contributo alla storia di questa tradizione, non solo attraverso specifiche ricerche e azioni di promozione e didattica, ma anche proseguendo il lavoro di produzione dello Sivlì secondo il metodo originario, ovvero quello che utilizza il legno. Valter Biella è infatti attualmente l’unico artigiano a produrre lo strumento seguendo i tradizionali processi di lavorazione che oggi non si eseguono più, data la produzione in serie di Sivlì in plastica. Storicamente questo piccolo gioiello della Valle Imagna era ampiamente diffuso tra grandi e piccini: da un lato rappresentava il giocattolo preferito – e anche il più accessibile – da tutti bambini e non mancava mai nei mercati e nelle bancarelle di paese, immancabilmente contraddistinte dal colore rosso dei Sivlì; dall’altro, era lo strumento che accompagnava i pastori nei campi.
L’ultima famiglia di tornitori, che tutti ricordano come maggior erede della tradizione, è quella di Fortunato Angiolini (meglio conosciuto da tutti come Fortuno) di Brumano, piccolo paese posto sulla cima della Valle, nato nel 1909, che ha portato avanti il lavoro del padre Giovanni, insieme ai suoi quattro fratelli, costruendo centinaia e migliaia di esemplari di Sivlì, distribuiti poi in tutto il territorio Lombardo. Una tradizione antichissima, quella della famiglia Angiolini, che iniziò tra il 1700 e il 1800 con il bisnonno, continuando poi con il nonno Battista che insegnò l’arte a figli e nipoti. Dopo la morte di Fortunato, furono i figli a conservare il laboratorio con gli oggetti realizzati e il Centro Studi Valle Imagna si è impegnato nella realizzazione di materiale informativo volto a valorizzare e mantenere viva – almeno nella memoria – questa tradizione, che ancora viene raccontata e insegnata nelle scuole.

Laboratori rudimentali e pochi strumenti: ciò che contraddistingueva i flauti Sivlì era senz’altro la semplicità della fabbricazione. Lungo il torrente Imagna veniva lavorata la parte in ferro, mentre i manici in legno erano opera dell’artigiano. I torni utilizzati erano a pedale o “a gamba”: l’artigiano doveva premerlo con il piede sull’asta in basso e subito dopo sollevarlo. Una corda legata all’asta superiore consentiva il movimento circolare del tornio. Per dare poi la forma al legno, si usavano gli strumenti generalmente posti ai lati del telaio. È possibile ammirare uno splendido esemplare al Museo del Legno di Almenno San Bartolomeo.

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