Carcare e il giallo dell’Inno d’Italia


di Ottavio Traverso

Da un libro potrebbe nascere un prodotto tipico. Da un documento si potrebbe mettere in dubbio la storia dell’Inno d’Italia. Ma per capire come, bisogna andare in un solo posto: Carcare, provincia di Savona, Val Bormida. Seguendo archivi e libri di un garibaldino e gli scritti di un padre calasanziano che non denunciò subito il plagio (presunto) compiuto dal giovane allievo.
Andiamo con ordine.
Pro Loco di Carcare, Centro Bibliotecario e Comune si sono resi conto di non avere in questa località un prodotto tipico. Scoprendo che in realtà lo avevano sotto gli occhi. Da secoli. Anton Giulio Barrili, garibaldino di prima linea (ferito nella battaglia di Mentana, quando le truppe garibaldine furono sconfitte dall’esercito francese inviato da Napoleone a difesa del Papa) fondò anche Il Caffaro, fu Rettore dell’Università di Genova e scrisse molti libri.
Tra questi romanzi c’è “Amori alla Macchia” che racconta la storia tra la “moderna” marchesina Blandina Reyneri di Carpeneto (frazione di Carcare, oggi più nota come “Vispa”) e il giovane povero ma brillante, il pittore Mario Lamberti – spiega Enrica Bertone che per la Pro Loco e il Centro Bibliotecario ha seguito e promosso le ricerche. Barrili descrive la collina di San Giovanni come un paesaggio delle Bucoliche di Virgilio e prosegue l’associazione di idee anche in campo gastronomico. E così la virgiliana “...pressi copia lactis”, ossia abbondanza di latte, Barrili la traduce con “giuncata”, adattandolo a ciò che egli stesso consuma con gusto a Villa Maura, la sua dimora carcarese.
Da questo spunto ci è venuta l’idea di lanciare, o meglio rilanciare questo prodotto tipico che si realizza con latte di qualsiasi tipo, “da far bollire a 38° per aggiungere la cagliata. Ecco come nasce la giuncata – spiega la presidente della Pro Loco Carcare, Lucia Battaglia – il nome arriva dagli storici cestini di giunchi dove veniva fatto il formaggio. Oggi questo formaggio non si può più fare così ma il nome ricorda un’antica tradizione del territorio.
E lo presidia: perché un prodotto così deve essere consumato entro le 48 ore, eventualmente arricchito con una serie di sapori sia dolci che salati, magari abbinato ad altri prodotti tipici della zona come la zucca di Rocchetta (presidio slow food, a 10 Km da Carcare). D’altra parte le occasioni per fare un tour gastronomico in tutta la Val Bormida non mancano.
A settembre a Millesimo c’è la Festa nazionale del Tartufo (dal 29 settembre all’1 ottobre la 25esima edizione). Poi c’è da gustare la tira di Cairo Montenotte (un panino cotto in un forno a legna nella cui preparazione, però, oltre ai normali ingredienti per la preparazione del pane, si aggiunge anche abbondante pasta di salsiccia) e il fazzino di Bormida (molto simile al pane di patate con un gusto particolare dovuto alla cipolla). E visto che andiamo verso l’autunno non perdetevi le castagne dell’Alta Val Bormida essiccate nei tecci di Murialdo e Calizzano, che sono un altro presidio slow. Carcare e dintorni: meno di mezzora dal mare. E una volta che siete qui non volete passare la giornata a capire il giallo dell’Inno di Mameli? La storia riparte dal garibaldino Barrili. Perché la villa dove dimorava (Villa Maura, salvaguardata dalle nipoti durante l’occupazione tedesca, buon sangue non mente) è diventata sede della Biblioteca Civica e del Museo a lui dedicati. Tra i tanti volumi (9.000 libri, 20.000 lettere costituenti il carteggio tra lo scrittore e le massime personalità della cultura della seconda metà del 1800, nonché circa 3500 tra cimeli e oggetti, tra i quali la spada e il berretto della divisa garibaldina) una straordinaria documentazione con alcune bozze dell’Inno di Mameli. Perché? Per approfondire il mistero percorrete via Barrili (anche a Roma, Milano, Genova e Torino c’è una via a lui dedicata) e arrivate in Piazza Giuseppe Calasanzio e al Collegio, dove fu ospitato Goffredo Mameli. Pare che proprio qui pose le basi per la composizione di quello che divenne il testo dell’inno nazionale italiano. Pare.
Perché in realtà molti sostengono che il testo dell’inno nazionale fu scritto dal padre scolopio Atanasio Canata, elegante scrittore e dotto insegnante nelle scuole pie di Carcare, frequentate dal mediocre (secondo i suoi detrattori) studente Mameli.
Il padre calasanziano Canata non denunciò il plagio compiuto dal giovane allievo. Ma nel 1889 pubblicò un componimento poetico in cui accennava, in forma non troppo enigmatica, alla imbarazzante vicenda dell’appropriazione dell’inno da parte di Mameli. D’altra parte la storia di questo Inno, a pensarci bene, ha indubbiamente strane peculiarità: è l’unico brano musicale del mondo ad essere attribuito non all’autore della musica, Michele Novaro, ma a quello del testo, Goffredo Mameli. Come dire che La Traviata è di Francesco Maria Piave.
Non tutti sanno che è ancora un inno provvisorio. Ha sostituito la Marcia reale sabauda all’indomani dell’unificazione, il 12 ottobre 1946 un provvedimento del governo presieduto da Alcide De Gasperi ne ha previsto l’adozione “provvisoriamente” come inno nazionale. La Commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato nel luglio di quest’anno all’unanimità il Canto degli italiani di Mameli come inno nazionale. Ma non basta. Tecnicamente è ancora provvisorio. Se poi avessero ragione quelli che sostengono che l’ha scritto il padre calasanziano Canata, le zone grigie si moltiplicherebbero. D’altra parte ai Grigi da queste parti ci sono abituati. Perché Carcare, grazie anche al Collegio che fece da punto di riferimento per molti intellettuali, fu protagonista della felice stagione pittorica della scuola dei “Grigi” che proprio sui prati di Carcare e lungo le rive della Bormida trovò l’ispirazione con il rifiuto dei neri e dell’eleganza formale e le infinite sfumature dei verdi, a volte densi e compatti nel sottobosco, a volte vivi o sbiaditi sotto la luce, altre volte giallastri e smorti.
Anche la loro storia si intreccia con quella del Risorgimento. Perché proprio a loro nel 1872 furono affidate la progettazione e l’esecuzione dell’addobbo del carro funebre che avrebbe trasportato la salma di Giuseppe Mazzini. E se il suggerimento fosse arrivato da un garibaldino che amava passare gran parte del suo tempo a Carcare?

 

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