Mirano, seguendo le orme dell’oca


Giungere a Mirano (VE) l’11 novembre, festa di San Martino, è come salire sulla macchina del tempo. Un’esperienza unica e indimenticabile, resa possibile dalla Pro Loco locale e dai suoi infaticabili volontari capitanati dal presidente Roberto Gallorini che, per due giorni, riportano la cittadina ai fasti della Belle Epoque. E così ogni anno, nel weekend di novembre che celebra San Martino de Tours, il comune di Mirano con tutti suoi abitanti, torna magicamente agli inizi del secolo scorso…

L’epoca e la Piazza (3098 bt)
L’ambientazione è quella del giorno di festa per eccellenza: la fiera. Il periodo storico non poteva che essere il Primo Novecento, quando la fiera rappresentava il momento più importante dell’anno, durante i quali divertirsi ed acquistare cose semplici ma necessarie e una grassa oca era un’ottima merce di scambio. Una scelta dettata dalla volontà di riscoprire la semplice quotidianità e lo spirito conviviale che pervadevano le prime edizioni della festa paesana dedicata al santo. Così, nella prima decade di novembre, a Mirano scompaiono d’improvviso i simboli della contemporaneità, sostituiti da stendardi, banchi in legno, bacheche con avvisi, manifesti con réclame. Nulla viene lasciato al caso: oltrepassando i portali di via Barche e via XX Settembre che, come un sipario, si aprono sulla scena, si entra in un paese di cento anni fa, dove lo strillone vende il giornale, l’imbonitore propone i suoi intrugli, le servette chiacchierano nel giorno di riposo, l’artigiano impaglia sedie e gentili signore vendono prodotti gastronomici e oggetti d’uso quotidiano. Un solo emblema è riconoscibile ovunque: l’oca. Perché, sin dalla notte dei tempi, nelle campagne venete a San Martino si festeggiava la chiusura dell’anno agrario. E poiché dal giorno seguente si sarebbe dovuto rispettare il periodo di penitenza che precedeva il Natale, la festa si trasformava in una sorta di “capodanno contadino”, in cui il cibo prediletto era proprio l’oca, le cui carni, a novembre ricche di grasso, si “sciolgono in bocca”. Una tradizione che in Veneto diviene gesto scaramantico, nel rispetto dell’antico proverbio che ammonisce chi no magna oca a San Martin nol fa el beco de un quatrin (chi non mangia oca a San Martino non fa quattrini).
Nel 1986 a Mirano si decise di recuperare le antiche usanze legate all’oca: un modo per far innamorare i miranesi delle proprie radici. Tra le grandi intuizioni ci fu quella di chiedere al pittore Carlo Preti di creare “El Zogo de l’oca de Miran”, edizione riveduta e corretta del celebre gioco da tavola. Preti ridisegnò il percorso a spirale illustrando le 63 caselle con aneddoti, proverbi, luoghi e fatti della storia della città. Fu una vera ispirazione: nel 1998 La Pro Loco decise di creare quella che oggi è la manifestazione più seguita in paese, capace di attirare visitatori da tutta Italia e dall’estero. Da allora a San Martino la piazza del paese diventa un immenso gioco di società, con 63 grandi caselle di due metri per due, disposte a formare una passerella di 130 metri, con dadi e pedine giganti a dare vita a inverosimili prove di abilità. Attorno all’ovale costituito dalle caselle, vengono innalzate ampie tribune ad anfiteatro, cui si accede attraversando tre grandi portoni simili ai frontespizi delle giostre di una volta.
A sfidarsi sono, ogni anno, le squadre del capoluogo e delle cinque frazioni di Mirano, che si preparano con largo anticipo, provando giochi, preparando costumi e tecniche per arrivare per primi alla tanto agognata casella 63. Anche se poi, alla fine, a farla da padrona, è sempre la fortuna.

Il tradizionale gioco dell’Oca (1130 bt)
È il gioco per antonomasia, progenitore dei giochi di percorso, dove ci sposta lungo le caselle con apposite pedine. Un gioco di fortuna di cui sono noti esempi risalenti al 3° secolo a.C.. Nella forma oggi conosciuta appare, per la prima volta, all’epoca dei Medici, verso il 1580, con il nome di “Nuovo e molto dilettevole giuoco dell’oca”, ma la più antica stampa conosciuta del “gioco” risale al 1640, pubblicata a Venezia da Carlo Coriolani. Al centro è raffigurata una famiglia seduta attorno ad una tavola imbandita con un’oca arrosto. Molto probabilmente da qui deriva il nome del passatempo, oppure dall’usanza di impiegare la vincita per comperare una bella oca. Un gioco molto antico che rappresenta il concetto di bene (le oche) e male (gli ostacoli), formato da 63 caselle numerate disposte a spirale. Si gioca con due dadi. Nel percorso si possono incontrare 13 caselle con il simbolo dell’oca, vero portafortuna dove il giocatore raddoppia il valore ottenuto dai dadi e avanza; sono invece 8 le caselle degli “accidenti”, dove si sconta una penalità. Vince chi arriva per primo al 63.

ZOGO DE L’OCA DE MIRAN IN PIAZZA
Le squadre in gara
Al “zogo” partecipano sei squadre in rappresentanza delle cinque frazioni di Mirano (Ballò, Campocroce, Scaltenigo, Vetrego, Zianigo) e del capoluogo stesso. I costumi dei componenti sono ispirati a vecchie stampe d’epoca. Tutti uguali nella foggia, si distinguono dal diverso colore della fascia e delle calze: verde per la squadra di Zianigo, giallo per Campocroce, arancione per Scaltenigo, rosso per Ballò, blu per Vetrego e azzurro per Mirano. Ogni squadra è composta da dieci elementi: il capitano che lancia i dadi, un alfiere che sposta la pedina e otto giocatori che intervengono per superare le “prove” richieste dalle caselle.
La squadra più abile, e con un fortunato lanciatore di dadi, conquisterà il premio “l’Oca dell’anno” ed una vincita in denaro da devolvere in beneficenza. Risate e svago sono assicurati, al pubblico solo il compito di divertirsi e di tifare per l’una o l’altra squadra.

Regolamento
Si sorteggia l’ordine di partenza con la Cuccagnata: la mattina della domenica i “Cuccagneri” si sfidano a salire un altissimo palo della Cuccagna, eretto nella piazza principale, in cima al quale sono appesi dei sacchetti tutti uguali. Ogni arrampicatore deve recuperare un sacchetto, che contiene un numero, corrispondente all’ordine di partenza della squadra abbinata al cuccagnere che l’ha conquistato; si gioca con due dadi, lanciandoli a turno; chi supera la casella 63 torna indietro di tante caselle quante ne rimangono da contare; se trova un’oca prosegue per tanti punti quanti ne segnano i dadi, non si riconta il 63; vince chi arriva esattamente alla casella 63; chi fa 2 al primo tiro va direttamente al 19; caselle con pegno: il ponte 6, l’osteria 19, il pozzo 31, il castello 42, la dogana 52, la morte 58; chi cade nelle caselle sopra indicate paga la cifra di 100 euro, da scalare dal monte premi. Il pagamento non è dovuto se si supera una prova di abilità.
Tradizione culinaria
Nel rispetto della tradizione culinaria, al famoso pennuto i ristoratori di Mirano dedicano ricercati menu, facendo rinascere la cultura gastronomica locale con risotti e ravioli d’oca, pasta con ragù d’oca, prosciutto o salame d’oca, il rinomato fegato, senza contare antipasti e patè.
Un aspetto gastronomico che vive anche fuori dal ristorante, con grigliate a base d’oca, con carne acquistata nelle macellerie e gastronomie di Mirano. Ma per rispettare il proverbio che chiama fortuna e denaro basta un semplice panino con salsiccia d’oca e un bicchiere di vin brulè servito dall’Osteria de l’Oca, tappa obbligatoria per tutti i visitatori.
Una tradizione che non risparmia nemmeno il dessert: perfino il dolce tipico del periodo, il “San Martino” – pasta frolla che raffigura il santo a cavallo – per l’occasione acquista la forma del celebre pennuto da cortile.

Box
L’Oca nel piatto
Affonda nella notte dei tempi la tradizione di mangiare l’oca nel giorno di San Martino. L’oca costituì assieme al maiale la riserva di grassi e proteine durante l’inverno del contadino che mangiava quasi sempre solo cereali e polente. Il proverbio “Chi no magna oca a S. Martin no’l fa el beco de un quatrin”  spiega perché la ricorrenza di San Martino fosse una specie di capodanno contadino durante il quale si festeggiava. Insomma l’oca era considerata il maiale dei poveri.  La ricetta titpica è l’ oca rosta. Ingredienti: 1 oca giovane (4Kg); rosmarino; aglio; salvia; pepe e sale; 1 bicchiere di vino bianco; mezzo dado. Preparazione: Dopo averla fiammeggiata, pulire l’oca e insaporirne l’interno con sale, pepe, rosmarino e salvia. Rosolarla nell’olio a fiamma vivace, in una casseruola che la contenga e che sia adatta al forno. Condire con sale, pepe, aglio, rosmarino e salvia, quindi sfumare con il vino bianco e lasciare evaporare. Coprire completamente l’oca con acqua e mezzo dado. Lasciarla bollire lentamente. Dopo 1h 30′ infilarla in forno caldo (180°). Cuocerla ancora per 1h – 1h 30′ in forno, finché non si è rosolata e “caramellata”. Estrarla dal forno e lasciarla riposare per 10 minuti. Tagliarla e servirla calda, nappata con il fondo di cottura.

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