Castelsardo, la realtà di vivere dentro un dipinto


di Ilaria Tucconi

Se la guardi da lontano sembra una piramide, avvolta da sfumature di azzurro e composta di tanti colori che partono dalla base e accompagnano quella forma triangolare fino alla cima, dove si nota una torre medievale fatta di pietra, che di notte sembra una stella che brilla. Le sfumature dell’azzurro nascono dalla profondità del mare che la circonda e su cui sorge, i colori sono le facciate delle dimore del popolo che abbelliscono la piramide, e la torre, una stella che brilla di notte, è il castello di una delle città più belle della Sardegna: Castelsardo. Un disegno forse un dipinto, Castelsardo sembra finto per la sua bellezza, ma quando si cammina nel suo borgo medievale il sogno diventa realtà. Fra le strette e ripide vie del borgo che portano al castello si sentono gli uccelli cantare, le campane suonare nelle ore di punta e quando c’è il sole i colori delle piante e delle pietre si ravvivano illuminandola nel suo splendore sul Golfo dell’Asinara.

La storia
Preziosa per la sua bellezza e per la sua storia, Castelsardo racchiude un patrimonio storico culturale di grande valore. Grazie ai suoi monumenti e alle sue forme si racconta in più tappe che segnano passaggi di potere, mutamenti che hanno avuto inizio nel medioevo e sono durati per quasi un secolo. Casteddu Saldu, paese di quasi sei mila abitanti, viene edificato nel 1102 dalla famiglia ligure dei Doria, da qui il nome di: “Castelgenovese”. La fondazione del castello e del conseguente borgo fortificato garantiva a Castelgenovese un ruolo strategico sia per la città che per la signoria dei Doria, dal 1287 potenza pienamente autonoma rispetto a Genova. Nel 1528 la fortezza passa sotto il dominio spagnolo, i catalani trasformano il suo nome in “Castel Aragonese”. Vittima di un lungo periodo bellico, la Sardegna, dominata dalla Spagna, si ritrova al centro di attacchi e scontri con i nemici francesi alleati con i turchi e i barbareschi responsabili delle disfatte, saccheggi e rovine del territorio sardo difeso solo dalla natura della costa. Battaglie che durano fino alla prima metà del Settecento, quando il possesso della fortezza passa in mano a Vittorio Emanuele III figlio di Vittorio Amedeo II. Ancora una volta il suo nome subisce mutamenti, non sarà più Castel Aragonese, ma Castelsardo nel 1767. Un periodo di netti cambiamenti fanno parte di questa tappa. Castelsardo piccola città di mare diventa anche un luogo di commercio e agricoltura, l’attenzione si sposta ora su un profilo finanziario segnato dall’introduzione di una tassa applicata alla popolazione e ai forestieri al fine di garantire un aiuto economico per il territorio. Siamo nella prima metà dell’Ottocento quando la piccola città di mare sembra crollare affondo, a causa dell’abuso di poteri, della troppa autorità dei proprietari terrieri e dell’arrivo della peste. Sul finire del secolo infatti, Castelsardo, seppur in ritardo rispetto al resto dell’isola, viene colpita dalla peste, portando la piccola Città Sabauda ad un totale impoverimento.
Ad oggi il Castello si mantiene bene nonostante il lungo periodo di battaglie. Il borgo e la città hanno mantenuto fede all’identità e alla sua storia non solo per merito della stessa popolazione ma anche grazie al posizionamento geografico del territorio non ha subito danni gravosi che avrebbero potuto determinare mutamenti permanenti.

Il museo
Il Castello dei Doria oggi ospita uno dei musei più famosi e più visitati della Sardegna: “il museo dell’intreccio”. Un tuffo nel passato capace di far rivivere le tappe che hanno portato Castelsardo ad essere quello che è diventata: un dipinto, un concentrato di storia, cultura e tradizioni. Il nome “intreccio” non è sicuramente usato per caso. La tradizione sarda di Castelsardo, infatti, si compone di una intrecciosa figura con mezzi completamente naturali di cui la zona dispone. Nel vie del borgo siedono le donne sarde, vestite di nero con la lunga gonna e talvolta con un fazzoletto di colore scuro sul capo, intente ad intrecciare materiali quali la palma nana, l’asfodelo, il giunco e cosi via. Ogni passaggio di questo materiale che incrocia le estremità segna un nuovo passo fino alla realizzazione completa di cestini sardi completamente fatti a mano secondo precise tecniche. La collezione dei manufatti è racchiusa ed esposta nel museo dell’intreccio in cui si possono trovare informazioni sulle materie prime e sulle tecniche di lavorazione. Il percorso espositivo è articolato in precise aree tematiche, suddivise nelle nove sale del museo.

La vita domestica, mediante manufatti realizzati con la palma nana. Questa pianta, la stessa che viene portata in processione la Domenica delle Palme, è molto utilizzata grazie alle sue particolari caratteristiche: consente infatti l’intreccio a piacere di varie fibre dalla grossezza e robustezza variabile, e viene quindi impiegata nell’intreccio dei cestini, delle fiasche e altro.

La pesca è un’altra sala espositiva del museo che presenta imbarcazioni tipiche, attrezzi per la pesca e nasse intrecciate a mano, utilizzate per catturare molte varietà di pesci comprese le aragoste, caratteristiche di questi fondali. Molti degli oggetti esposti sono dedicati al mondo agricolo e alla pastorizia. Confezionati dai contadini con la tecnica ad incrocio, venivano impiegati nelle varie fasi della vita agricola: dallo spietramento dei campi alla semina, dalla raccolta dei prodotti al loro trasporto, fino alla fase di conservazione.

Condividi questa notizia