I ferri taglienti di Scarperia


di Emanuela Olobardi

C’era una volta un piccolo borgo, nei pressi di Firenze, con una vocazione particolare, quella per il “ferro tagliente”. C’era una volta e c’è ancora il borgo di Scarperia, ricco di monumenti ma riconosciuto a livello internazionale per una tradizione che non vede tramonto, quella della realizzazione dei coltelli.
Questa tradizione ha una storia antica tant’è che già negli statuti del 1539 e del 1567 venivano indicate le norme alle quali gli artigiani di Scarperia dovevano attenersi in tutti gli aspetti della loro attività lavorativa: dai materiali da impiegare ai rapporti dei maestri con gli altri lavoranti e addirittura a particolari limitazioni all’insegnamento del mestiere.
I maestri e artisti del ferro tagliente già dalla fine dell’Ottocento furono impegnati con esposizioni nazionali ed internazionali che fecero in modo che il nome di Scarperia fosse sempre più legato “all’arte del coltello”, infatti è curioso pensare che Thiers, una cittadina nelle vicinanze di Saint-Etienne, venga ancora oggi riconosciuta come “la Scarperia di Francia”.
Alla fine dell’Ottocento l’artigianato delle coltellerie di Scarperia si trovò un momento di particolare fortuna ed espansione che stimolò un tentativo modernizzazione dell’intero sistema produttivo. Nel 1874, infatti, venne fondata la “Società Cooperativa dei Ferri Taglienti” a cui seguì nel 1889 la “Società Cooperativa per la fabbricazione dei ferri taglienti di Scarperia”. In questo periodo il nome di Scarperia si era notevolmente affermato ed i prodotti degli artigiani locali avevano conquistato notevoli settori di mercato nell’Italia centromeridionale.
Il Pagé, nella sua “Histoire de la Coutellerie”, riferendosi all’incirca al 1895, raccontò che si contavano 115 lavoranti nel settore e 35 botteghe artigiane in attività, mentre un censimento di undici anni dopo rivelò che il numero delle botteghe era salito a 46, mentre il numero dei lavoranti a 221.
Proprio nel momento di maggior sviluppo produttivo e commerciale, però, sull’artigianato dei ferri scarperiesi si abbatterono gli effetti della Legge Giolitti del 1908, che limitò drasticamente la misura delle lame dei coltelli a serramanico che potevano essere liberamente portate e che rappresentavano il prodotto principale dell’artigianato mugellano. Le conseguenze di questa legge furono particolarmente gravi a Scarperia, la cui produzione si era progressivamente concentrata sulla riproposizione e reinterpretazione dei modelli locali e regionali più tradizionalmente diffusi nell’Italia centromeridionale e nelle isole, i quali, per l’eccessiva lunghezza e per la forma della lama risultarono i più colpiti dalla nuova legge. La produzione di Scarperia, pur concentrandosi su modelli regionali, offriva una vasta gamma di coltelli tipici ed esclusivi: oltre alla zuava ed al palmerino, divenuto quasi un simbolo della produzione scarperiese, possiamo ricordare il coltello “alle tre pianelle”, le varie mozzette e i coltelli da caccia dotati di duplici estrattori. Quest’arte proviene da un tempo lontano ma fortunatamente è tutt’altro che dimenticata e viene ancora oggi promossa e diffusa sia dal “Centro di ricerca e documentazione sull’artigianato dei ferri taglienti” che si occupa di ricerche e studi sulla vita e sul lavoro degli artigiani coltellinai, sia dal Museo dei Ferri Taglienti, gestito dalla Pro Loco di Scarperia nel Palazzo dei Vicari, dove è documentata l’attività plurisecolare dei coltellinai scarperiesi. In particolare il Museo dei Ferri Taglienti è articolato in 5 sezioni tematiche: la prima, a carattere multimediale, presenta filmati relativi alla lavorazione artigianale del coltello, la seconda è dedicata alla coltelleria italiana e ai suoi centri produttori dalla fine dell’800 fino ai nostri giorni, la terza invece alla storia dei coltellinai di Scarperia. La quarta sezione, intitolata “Lame al femminile”, presenta l’altra categoria delle lame taglienti: le forbici per il ricamo e la sartoria. La quinta, infine, è dedicata alla vita sociale, e a momenti di vita del territorio.

Il coltello Palmerino

Le penne d’oca, di corvo o di tacchino utilizzate per scrivere, fragili soprattutto nella punta, necessitavano di un’affilatura frequente e gli abili artisti coltellinai scarperiesi pensarono di produrre il Palmerino, con una lama molto corta (circa 1/3 della sua lunghezza) che poteva servire anche per raschiare l’inchiostro dalle pergamene. Conosciuto anche come coltello da scrittoio o “temperino del notaio” con il passare degli anni trovò un ruolo sempre più marginale: servì per appuntire le matite e tagliare la carta, prima di scomparire quasi del tutto dalle scrivanie.

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