Le Maschere e i Carnevali lucani


Valeria Giordano

Il Carnevale in Basilicata è uno spaccato di cultura, folklore e tradizioni derivanti da epoche molto remote e, grazie alla tenacia di tanti volontari, continua a tramandarsi di anno in anno, senza perdere la genuinità e freschezza delle antiche origini.

Nel 2014, sotto l’egida dell’UNPLI Basilicata, si è costituita la Rete delle Maschere e dei Carnevali lucani con valenza antropologica e culturale, che coinvolge i Comuni di Aliano, Cirigliano, Lavello, Montescaglioso, San Mauro Forte, Satriano di Lucania, Teana e Tricarico. A breve ne sarà formalizzato l’atto di costituzione, coinvolgendo l’Apt, la Regione Basilicata e l’Anci, al fine di organizzare una proposta di valorizzazione artistica e culturale integrata, capace di mettere a sistema il patrimonio culturale e antropologico legato alla maschera.

Il Carnevale lucano viene inaugurato dal suono assordante dei campanacci di San Mauro Forte, il 17 gennaio, in concomitanza della festa di Sant’Antonio Abate. Gruppi di persone di ogni età, provvisti di campane, di mortai di bronzo e rudimentali tamburi, che hanno la funzione di richiamare lo status del pastore, girano per le strade del paese partendo dalla chiesetta di San Rocco.

La produzione di suoni ritmici e ipnotici, mediante la percussione del metallo è stata spesso interpretata come la rappresentazione sonora del caos che, nelle antiche culture del Mediterraneo, sopraggiungeva nei periodi critici dell’anno.

Ad Aliano va in scena una maschera zoomorfa arcaica collegata alla divinità del dio Pan detta la maschera “cornuta”.

Nel suo “Cristo si è fermato a Eboli” l’allora confinato Carlo Levi scriveva: “Venivano a grandi salti e urlavano come animali inferociti, esaltandosi delle loro stesse grida”.

I partecipanti, tutti di sesso maschile, si muovono per il borgo al suono di organetti e cupa-cupa indossando “mutandoni invernali”, dei guanti, uno scialle, scarponi da campagna e i gambali di cuoio. I tratti identificativi sono il cappellone e la maschera di cartapesta variopinta con le tipiche corna, da cui il nome di “maschere cornute”.

Dietro questa maschera c’è il rapporto dialettico uomo-animale che richiama la cultura agro-pastorale in cui il Carnevale di Aliano affonda le sue radici.

Anche il Carnevalone di Montescaglioso trae origine dal mondo contadino. I costumi sono realizzati ogni anno con pelli di animali, tela di canapa o di juta, sacchi per le sementi, cartoni, stoffe di vecchi vestiti, striscioline di carta. Il Carnevalone, uomo anziano e panciuto, viaggia a cavallo di un asino circondato da sgherri che si aggirano tra la gente chiedendo un obolo per il loro capo. Nel frattempo, l’inquietante Parca minaccia i passanti agitando un grande fuso di legno attaccato ad una lunga corda.

Fra il fragoroso suono dei campanacci con il sopraggiungere della mezzanotte, si odono poi le grida disperate di Quaremma, presagio della vicina morte di Carnevalone, simbolo di liberazione e di rivalsa sociale.

Risale agli anni 1740-1750 il Carnevale ciriglianese, quando un certo Giambattista Montano portò a Cirigliano delle poesie sui mesi dell’anno. La sfilata parte dal cinquecentesco Castello Baronale per snodarsi fra le viuzze del centro storico. Davanti a tutti sfila Pulcinella con il suo campanaccio; lo seguono le 4 Stagioni, impersonate da 4 adolescenti che recitano versi, seguite dal corteo dei mesi. Chiude la sfilata un grottesco corteo funebre, dove un giovane con il volto imbiancato rappresenta il Carnevale morto. Quaremma, la vedova impersonata da un uomo mascherato da anziana signora, piange il defunto con urla strazianti e frasi in dialetto che ricordano il marito. In serata, Sagra della Podolica, Rafanata e Cavatelli al Pezzente della Montagna Materana innaffiata da buon vino.

Il Carnevale tricaricese rimanda ad un mondo agro-pastorale arcaico e primitivo, legato ai riti della fertilità delle civiltà primitive che ritroviamo nelle tradizioni popolari di tutta Europa. Infatti Tricarico e le sue maschere hanno ricevuto il prestigioso riconoscimento di far parte della Federazione Europea Città del Carnevale ed è capofila della rete dei Carnevali lucani. Le “mucche” e i “tori” vestiti di nero, guidati dal capomassaro, il sottomassaro e i vaccari, con il suono cupo e monotono dei loro campanacci, sfilano per le vie cittadine dopo aver preso la benedizione nella chiesetta di Sant’Antonio Abate. I tori mimano scene di monta scuotendo violentemente il campanaccio. Qui l’osceno ha una carica propiziatoria: un rito magico e primitivo secondo il quale il popolo propiziava il risveglio della natura.

A Teana, un folto corteo di maschere, fin dalle prime ore del mattino, sfila nel bosco vicino al paese, dove si incontrano i personaggi più caratteristici: tra le maschere si distingue l’Orso, figura selvaggia dall’andatura minacciosa che si presenta come essere demoniaco e aggredisce coloro che incontra incutendo timore; l’Orso rappresenta la natura, mentre l’uomo è rappresentato da Carnevale.

Protagonista del Carnevale di Lavello è il Domino, vestito con cappuccio, tunica e mantella di colore rosso, sempre pronto a invitare a ballare la fanciulla di turno. Secondo la tradizione, le sue movenze ben racchiudono lo spirito goliardico che si animerà di balli e canti nei cosiddetti festini, animati da molti partecipanti, nei palazzi o per strada. Il Domino è anche la maschera del rovesciamento sociale di ricchi e poveri che si confondono nella goliardia.

La maschera tipica di Satriano di Lucania è denominata Rumita (da eremita): un uomo completamente ricoperto di edera, tanto da essere irriconoscibile, che ha tra le mani un bastone con all’apice un ramo di pungitopo. Il Carnevale commemora il dramma dell’emigrazione: le due maschere protagoniste sono l’orso, ovvero l’emigrante arricchito ritornato al proprio paese ricoperto di pelli pregiate ma privo della propria identità culturale, e il rumita (eremita), il satrianese rimasto povero, vestito di sola edera, ma che ha conservato forti legami con la propria terra e che esprime la propria felicità ballando.

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