Le “Taule di San Giuseppu”


di Francesco Brescia

Sono tante in Puglia le iniziative ideate in onore di San Giuseppe. Tradizione, folklore, enogastronomia e soprattutto devozione sono le protagoniste degli eventi per celebrare il Santo.
Partiamo dalla città di Lizzano (Taranto) che, ogni anno, allestisce le famose “Taule di San Giseppu”, tradizione che sopravvive grazie all’operosità e alla generosità di cittadini e volontari.
La “Taula”, allestita ogni 18 marzo, diventa un vero e proprio altare di grandi dimensioni accuratamente allestito con tovaglie bianche. In fondo alla tavola trionfa il dipinto del Santo. L’altare è posto in un’ampia camera adiacente la strada ed è costituito da assi di legno, i “Tristieddi” (Cavalletti), disposti a mò di gradini.

Quattro le porzioni per ogni pietanza

I piatti tipici ricoprono interamente la superficie della tavola: quattro porzioni per ciascuna pietanza. Tre in rifermento alla Sacra Famiglia mentre il quarto è in onore di sant’Antonio da Padova. Alcune volte è presente una quinta porzione in onore di san Gaetano (Patrono di Lizzano) o san Cosimo. Accanto ai piatti tradizionali, sulla sobbrataula (sopratavola), sono presenti frutti fuori stagione: melograni, uva, arance, meloni, frutta invernale in genere, fichi d’india o primizie come fave novelle e piselli freschi, tutto questo a devozione della famiglia e dei contribuenti alla questua che hanno saputo conservare cibi non reperibili nel periodo di realizzazione della tavola.

I picciddati e li “panittuddi”

Il piatto che più abbonda sulla tavolata è il pane preparato in diverse dimensioni: i picciddati da 4-5 kg ciascuno, su cui sono incise le iniziali del santo, o li “panittuddi”, pane di piccolo taglio di circa mezzo chilo ciascuno, molto più numerosi. La tradizione stabilisce che chi riceve il pane devozionale non può rifiutarlo. Dalla tavola nulla può essere tolto, a nessuno è permesso gustare e solo in cucina si può mangiare un piatto di “massa cu li ciciri”, ossia tagliatelle fatte in casa con ceci, condite con soffritto di olio, prezzemolo, cipolla verde e pepe, o degustare “Lu cranu stumpatu” (grano scruscato) bollito in opposite “pignate” con lo stesso condimento della “massa”. Il 19 marzo, dopo la benedizione da parte del parroco, le pietanze vengono distribuite ai vicini di casa o ai più poveri e bisognosi del paese. In serata, invece, la festa si conclude con il “Rito di purificazione” in cui vengono arsi diversi falò per le vie del paese, intorno ai quali ci si riunisce per mangiare in compagnia e per festeggiare.

A tavola solo in numero dispari

Anche la città di Giurdignano (Lecce), il 18 e il 19 marzo, si colora di cultura e tradizione con le Tavole di San Giuseppe. Il rituale delle Tavole di San Giuseppe viene vissuto come un emozionante salto nel passato che rinfranca lo spirito. Infatti l’allestimento delle tavole è simbolo di ospitalità, altruismo, accoglienza. Le “Tavole” vengono preparate e offerte al Santo per ricevere la sua protezione o per chiedere una grazia. La famiglia devota, poi, sceglie alcune persone, fra parenti e amici, chiamate a consumare ritualmente il pasto. La “Tavola” sarà composta dalle tre alle tredici persone, sempre in numero dispari, per richiamare sia il numero della Sacra Famiglia sia quello degli apostoli partecipanti all’Ultima Cena. Ogni anno si rinnova l’impegno nella valorizzazione di questa tradizione locale da parte della Pro Loco “Sant’Arcangelo de Casulis” di Giurdignano che allestisce, grazie all’aiuto di tutti i soci, nella serata del 18 marzo, la Grande Tavola di san Giuseppe in piazza Municipio con animazione musicale ed eventi per grandi e piccini.

La “massa” con ceci e cavoli

Uggiano e Casamassella (Lecce), in vista della ricorrenza, compiono un vero e proprio rito bipartito. Dapprima la preparazione della “massa”, poi l’allestimento della “tavola”. Nel periodo che precede la festa, le devote preparano la massa, una pasta ricavata da una sfoglia di farina di grano duro, tagliata a striscioline lunghe e strette, mescolata a ceci e cavoli, condita con olio di oliva sfumato con cipollotto fresco o “spunzale”, aromatizzata con pepe e cannella ed infine completata dall'aggiunta di tagliolini fritti. Dopodiché viene allestita per dimostrare l'amore e la fede verso il Santo e per chiederne l’intercessione per la salute dei propri familiari o per riappacificare le famiglie che in quel momento vivono contrasti. In questo ultimo caso il devoto o la devota attende la festa di san Giuseppe per chiedere al parente o all'amico di fare da "Santu" e, poiché un rifiuto è considerato un'offesa verso lo stesso san Giuseppe, l’invito viene sempre accolto come segno di pace. Ancora oggi, spesso, si chiede di fare da “Santu” a persone meno abbienti rispettando così quel senso di carità che è intrinseco in questo importante rito.

 Tra lini ricamati e fiori

Deciso il numero dei "santi" partecipanti al “banchetto” si procede alla preparazione e all’allestimento.
In una stanza, in genere la più grande, viene creato una specie di altare ricoperto di lini ricamati su cui domina la figura o la statua del Santo circondata da fiori e lumi accesi. Tutto intorno vengono posizionati i piatti tradizionali per un numero di commensali che può variare da 3 a 13 (alcune fonti riportano fino a 21) comunque sempre dispari. Secondo la tradizione i commensali rappresentano la Sacra Famiglia (san Giuseppe, la Madonna e Gesù Bambino) e i vari Santi: sant'Anna, san Gioacchino, sant'Elisabetta, ecc.

I porciddhruzzi, i pampasciuni o lampasciuni e le puccette

Nella serata del 18 marzo, dopo la benedizione del parroco, la “Tavola” viene aperta ai fedeli in visita che, nel rispetto del luogo e di quello che rappresenta, ricevono in dono i porciddhruzzi, i pampasciuni o lampasciuni e le puccette.
È proprio in questa serata che si può ammirare e apprezzare l’unicità e la bellezza di questo particolare evento. La visita si può effettuare anche il giorno dopo, ma solo fino alle 12 circa. Dopo tale ora, infatti, i commensali (santi) cominceranno il rito della consumazione che rappresenta il “convito eterno” del cielo al quale si spera che un giorno tutti vi parteciperanno. Una volta disposti intorno alla tavola imbandita, viene recitato il rosario.

Il bastone con fiori freschi e nastro azzurro

San Giuseppe siede a capotavola in un posto contrassegnato da un bastone ornato da un mazzolino di fiori freschi (di solito fresie o gigli) e legato da un nastro azzurro. Egli scandisce i tempi di inizio e fine del pranzo battendo un colpo di bastone sul pavimento e l'alternarsi delle varie pietanze e preghiere con un colpo di forchetta sul piatto. I cibi che si possono ammirare su questo particolare banchetto sono tradizionalmente poveri: pasta con il miele e mollica di pane, pesce fritto e arrosto, cipollacci col ciuffo, cartellate e fritti con il miele, vermicelli con ceci, stoccafisso in umido, rape bollite, cavolfiori fritti, olio, vino e miele.

Cibi e colori

Elemento principale della tavola, anche in questo caso, è il pane. Oltre ai piccoli pani (puccette) se ne possono ammirare di grossi a forma di ciambella da tre/cinque chili l'uno (tanti quanti il numero dei santi) recanti nel mezzo un'arancia e un finocchio e un simbolo sopra indicante il Santo a cui deve essere consegnato: una verga fiorita per san Giuseppe, un bastone per tutti i santi maschi, un rosario per le sante, una corona per la Madonna, tre Pagnottine (simbolo del mondo e della divina Trinità) per Gesù Bambino. Numerosi sono i significati che vengono rappresentati con gli alimenti e i colori. Il bianco e giallo della pasta con i ceci rappresenta il fiore del narciso, tipico della primavera; il cavolfiore ricorda la verga fiorita di san Giuseppe, il pesce fritto rappresenta il Cristo stesso, le cartellate fritte le fasce di Gesù Bambino, i pampasciuni il passaggio dall'inverno alla primavera, ecc.

San Giuseppe te l'aggia 'nsettu

Secondo la tradizione chi riceve la puccia ringrazia con la tipica frase: "San Giuseppe te l'aggia 'nsettu" (San Giuseppe te ne renda grazie, o secondo la tua volontà).
Le Pro Loco delle città coinvolte, come ben noto, sono molto coinvolte nel ripercorrere, organizzare e valorizzare tale tradizione devozionale affinché non si perda ma, al contrario, resti sempre viva nei cuori e nella memoria dei cittadini.

Si ringraziano per le informazioni Pina Acquaviva per Lizzano, Daniela Cervellino per Giurdignano, Claudio Leone per Uggiano-Casamassella.

 

 

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