I tesori sommersi dell’antica Baia


di Giulia Nappi

Sono immersi nell’acqua, in quell’atmosfera senza tempo e senza spazio degli abissi del mare. Anche se non si tratta proprio di abissi. Il passato gaudente dell’antica Baia è giusto a un paio di metri di profondità dalla riva. In certi punti 5 fino a un massimo di 16 metri per la precisione, la distanza che passa tra il I secolo a.C. e i giorni nostri. Siamo infatti a Bacoli, un comune di oltre 26.000 abitanti che dista circa 15 km da Napoli, un’area che per le caratteristiche naturali, oltre che per una lunghissima tradizione storica, è conosciuta come Campi Flegrei. 

Vulcani e acqua

La zona, infatti, è ricchissima di vulcani, crateri oggi ricolmi d’acqua o divenuti fumarole ma vivi e ancora in attività. È stato così che in questo lunghissimo lasso di tempo, gli edifici panoramici e le ville più lussuose costruite a picco sul mare in età repubblicana sono gradualmente finite sott’acqua per effetto del bradisismo. Questo fenomeno vulcanico provoca periodicamente l’espandersi dei gas presenti nelle viscere della terra e consequenzialmente il graduale avanzare della costa.

Baia tra residenze e impianti termali

Baia era un luogo di relax e piaceri nell’antichità, popolato dalle residenze dei romani più facoltosi e di impianti termali, si specchiava su un’insenatura di mare poco distante dal Portus Julius, l’avamposto marino e commerciale della potente Repubblica di Roma. Era, insomma, un luogo rinomato. Orazio scriveva “nessun golfo risplende più dell’amena Baia – nullus in orbe sinus Baiis praelucet amoenis”. Un’idea di come doveva essere Baia nell’antichità possiamo farcela già visitando il Parco Archeologico delle Terme, un complesso terrazzato di strutture, piscine e locali che si sviluppa lungo il declivio tufaceo della costa. Dalla sommità le acque baiane sono tutte lì davanti a noi, chiuse tra i promontori di Punta Epitaffio e del Castello Aragonese.

Lacus Baianus

Un tempo il paesaggio era però differente e l’ampio golfo in cui ci affacciamo ora era una piccola baia – e da qui l’appellativo “Baia” - tanto da essere conosciuta come Lacus Baianus, rassomigliando appunto a uno specchio d’acqua lacustre piuttosto che marino. Con l’espandersi della costa e l’inabissamento delle rive abbiamo perso dalla visuale quell’insieme di terrazze e colonnati sul mare che erano le ville marittime romane, come ne troviamo rappresentate minutamente su tante pareti pompeiane. Ma qui a Baia, a differenza di altre località costiere della Campania romana che pure erano occupate da residenze, i resti di queste spettacolari dimore sono stati a lungo protetti dall’incuria umana sotto la distesa del mare. È stato solo alla fine degli anni 50, quando una mareggiata ha portato alla luce questi tesori, infatti, che si è aperta una nuova, affascinante per i visitatori e stimolante per gli addetti ai lavori, pagina di archeologia flegrea.

Il ninfeo dell’imperatore Claudio

Tra le prime indagini è stato identificato un monumentale ninfeo che per la suppellettile decorativa e la sfarzosità degli ambienti doveva appartenere ad un edificio probabilmente di proprietà di un imperatore. Del resto di imperatori, tra Baia e Pozzuoli, se ne sono visti tanti nei primi decenni dell’impero romano, quando non esitava a diminuire, anzi cresceva, la fama della bellezza e della vivacità di questi luoghi. Le sculture recuperate ed esposte all’interno del Museo Archeologico dei Campi Flegrei, in una sala interamente dedicata al ninfeo e che ci restituisce l’allestimento dello stesso, celebrano Claudio e la sua famiglia. L’imperatore frequentava spesso Baia e scelse di commemorarne le sue origini mitiche con la figura di Baio, il fidato nocchiero di Ulisse, con lui nell’astuto piano per mettere k.o. il ciclope Polifemo, come le sculture del ninfeo ricordano.

I mosaici e le mura

Nell’area marina protetta con gli anni sono state individuate altre strutture antiche: i resti di quella che doveva essere una strada con i locali delle botteghe prospicienti e di altri due complessi residenziali, la Villa dei Pisoni e la Villa detta con ingresso a protiro. Quel che resta oggi non sono che le evidenze planimetriche, le fondamenta di mura che lasciano intravedere sale con profonde absidi o regolari e armonici varchi. Recentemente sono stati scoperti anche due mosaici pavimentali, uno a motivi geometrici e con tessere colorate, l’altro, a tessere bianche e nere, con su rappresentati due lottatori. Sono documenti importanti per incrementare gli studi sulla romanità e sulle dinamiche vulcanologiche dell’area, pur se richiedono molta immaginazione al pubblico inesperto. In questo caso, però, l’emozione fa il resto.

In battello o con le bombole

Trovarsi dinanzi a queste memorie del passato, da un battello col fondo trasparente o immersi con bombola e pinne, mostra senza alcun filtro o interpretazione quanto la storia sia radicata nel nostro presente anche se spesso non la conosciamo. Oltre che sentire sulla propria pelle l’ebrezza che prova un archeologo quando scavando disvela dal passato un oggetto e con esso la storia di una persona.

Condividi questa notizia