Ora et labora, tra santuari e chiese


di Luciano Scarpitti

In Italia le chiese sintetizzano perfettamente non soltanto il sentimento religioso delle popolazioni in ciascun territorio, ma anche l’evoluzione artistica ed il procedere degli avvenimenti storici nonché il grado di benessere raggiunto dagli abitanti e la ricchezza delle signorie che hanno amministrato quei luoghi.

Santa Maria di Canneto a Roccavivara

Nella valle disegnata dal fiume Trigno, che nasce dalle rocce di Vastogirardi, in Alto Molise, e scende, prima vorticosamente, poi dolcemente, verso l’Adriatico, si incontra, nel territorio di Roccavivara, Comune in provincia di Campobasso, il Santuario di Santa Maria di Canneto. In quel luogo, fin dall’epoca romana, esisteva un piccolo centro abitato a carattere rurale.

Gli scavi archeologici

Ne sono testimonianza gli scavi archeologici che hanno messo in luce i resti di una grande costruzione romana con annessa azienda agricola. I grandi orci, ricostruiti in parte mettendo insieme i cocci ivi ritrovati, confermano che venivano conservati sia vino che olio e altri prodotti della terra di produzione locale. La bellissima chiesa che oggi si può ammirare risale ai secoli XI e XII, ma un primo luogo di culto dedicato alla Madonna fu edificato appena dopo il Concilio di Efeso (431 d.C), in cui fu proclamato dogma di fede “Maria Vergine Madre di Dio”.

I monaci benedettini

La presenza di resti di un’antica costruzione e la possibilità di utilizzare parti di muri lasciati da generazioni precedenti come fondazioni per nuove costruzioni, fu l’occasione, per i monaci benedettini, di impiantarvi una propria comunità. Quel primo provvisorio monastero nel tempo si ingrandì e divenne un punto importante della organizzazione territoriale benedettina. Prima i monaci di San Vincenzo al Volturno, poi quelli di Montecassino edificarono l’attuale Chiesa e ad essa affiancarono un definitivo monastero. Il primo documento storico in cui è citata “S. Maria iuxta Trinum” è il “Cronicon Volturnense” dell’anno 703.

I Duchi di Benevento

Era quello il tempo del completamento dell’espansione longobarda nell’Italia meridionale e questo cenobio, come altri, era sotto il controllo politico dei duchi di Benevento. Di quei tempi, di quella cultura e di quei sentimenti religiosi è rappresentativa la chiesa di Santa Maria di Canneto. L’architetto Franco Valente, il più profondo conoscitore dei beni storici e artistici del Molise, sostiene che è di grande valore lo straordinario e misterioso pulpito scolpito presente nella Chiesa. Esso è asimmetrico solo nella parte inferiore, però, è perfettamente regolare nella parte superiore dove è sintetizzata la cultura benedettina dell’”ora et labora”, con la rappresentazione dei monaci e dell’abate intenti, da una parte, ai lavori dei campi, dall’altra, alla preghiera.

La cultura benedettina

“La data 1223 impressa nell’archivolto – spiega l’architetto Valente – attesta che in epoca federiciana i rapporti tra i benedettini e l’impero erano tornati normali e che il monastero in quel tempo godeva di una rinnovata autonomia”. I monaci benedettini rimasero a Canneto fino al 1474. L’abbandono ridusse la chiesa in uno stato di grave degrado da cui lo trasse a partire dal 1930, un coraggioso sacerdote, Don Duilio Lemme, parroco di Roccavivara, il quale, con l’aiuto del popolo, iniziò l’opera di risanamento. Il Santuario venne riaperto al culto nel 1935. Da allora, tutto l’ambiente circostante è stato continuamente arricchito di opere artistiche e migliorato sotto l’aspetto organizzativo, tanto da diventare meta continua di visite a carattere religioso e culturale.

Sant’Emidio ad Agnone

E’ una delle tante chiese di Agnone, prestigioso comune in provincia di Isernia, un tempo caratterizzato da ricco e fiorente artigianato, oltre che punto d’incontro di grandi commerci, denominato “Atene del Sannio” per le spiccate doti culturali di molti dei suoi abitanti. La chiesa si trova all’ingresso del centro antico, ma fu realizzata in origine fuori le mura, per la munificenza di Guglielmo Borrello, Signore della città. Le prime notizie risalgono al 1096, quando il casale delle “Civitelle” fu distrutto proprio per costruire la chiesa. Alcuni pensano che venne eretta dai mercanti di Ascoli Piceno, in onore di Sant’Emidio Vescovo, loro patrono, protettore contro i terremoti. Nel XIII secolo la chiesa ospitò una seconda navata minore, e l’edificio rimase tale sino ai terremoti del ‘700 e soprattutto del 1805, quando vennero apportati dei restauri e modifiche interne. 

Il restauro

Di recente la chiesa è stata restaurata, con il rifacimento del tetto della navatella barocca, al fine di conservare il prezioso soffitto ligneo dipinto. Nel 1995 fu visitata da Papa Giovanni Paolo II venuto in visita alla millenaria fonderia di campane Marinelli. L’interno è a due navate asimmetriche; la navata trecentesca è quella di sinistra, coassiale col portale, con il coro, con l’abside e con il soffitto a capriate. La navata di destra fa parte di un ampliamento successivo con annessa biblioteca emidiana. Lo stile barocco domina negli altari laterali, nel soffitto, nell’altare maggiore. Gli altari laterali, eccettuato quello a cappella della Madonna del Rosario, sono a tabernacolo ligneo, intagliato e dorato con colonne laterali a tortiglione, di scuola marchigiana. Presso l’altare maggiore vi è un grande Crocifisso con dietro il gruppo di statue dell’Ultima Cena, con Cristo al centro tra gli Apostoli. Nella navatella laterale è interessante l’altare maggiore a tabernacolo ligneo dorato e intagliato, diviso in tre, con il gruppo della Sacra Famiglia, raffigurante le scene della Natività, la Sacra Famiglia al centro, e la Fuga in Egitto, e poi Cristo tra i Dottori.

La facciata monumentale

Ciò che caratterizza l’accesso della chiesa è la monumentale facciata trecentesca, decorata da un grande portale gotico sovrastato da un oculo centrale, che forse ospitava una raggiera, e da una piccola edicola sulla sommità, a rilievo, che contiene la statuetta votiva di Sant’Emidio. Il portale e il rosone sembrano appartenere alla scuola del lancianese Francesco Petrini, che nella sua città realizzò i portali di varie chiese, e che in Molise, a Larino, lavorò alla facciata del Duomo, nel primo ventennio del ‘300. Accanto al portale si trova una croce stazionaria, appoggiata sul fronte della chiesa. Tale croce si trova sopra una colonna ottagonale, sistemata su un capitello trecentesco capovolto, e utilizzato come base. La sezione ottagonale della colonna, con una originale soluzione, diviene quadrata per formare un capitello sul quale appoggia la croce polilobata, che contiene l’immagine di cristo crocifisso nella parte centrale, e rispettivamente San Giovanni evangelista e Maria dolente, nei bracci laterali.

San Domenico a Carovilli

Altra costruzione religiosa molto particolare: la chiesetta tratturale dedicata a San Domenico di Sora (o di Cocullo) che si trova sul territorio di Carovilli, comune in Provincia di Isernia. La particolarità di questa Chiesa non sta nei contenuti artistici, ma nella testimonianza storica di una vicenda economica e sociale che per secoli ha coinvolto la vita dei pastori sempre in transito dai pascoli montani estivi a quelli marini invernali e viceversa. Nell’epoca longobarda Carovilli era feudo dei Borrello, e lo si rileva da un diploma del 1068 col quale un Borrello Conte di Pietrabbondante fece una donazione di beni al Monastero di San Pietro Apostolo (detto poi del Tasso) che si trovava anch’esso nel territorio di Carovilli in contrada Pesco Corvaro. Dopo una lunga serie di successioni entrò a far parte della proprietà di Ettore d’Alessandro, nella cui discendenza il territorio rimase fino alla scomparsa della feudalità.

Le grandi greggi

La chiesetta è situata poco distante dal centro abitato in un grande pianoro che si allarga sul tratturello di collegamento tra i due grandi tratturi Celano-Foggia e Castel di Sangro-Lucera. Qui passavano o si fermavano le grandi greggi che volevano trasferirsi da un tratturo all’altro perché era il punto in cui quelle grandi strade erbose si avvicinavano di più. Quindi, la chiesa veniva utilizzata sì come luogo di preghiera, ma anche come riparo dall’inclemenza del tempo. Ma è stata utilizzata, in caso di epidemie, anche come lazzaretto per i malati di peste, cioè per la funzione di “domus hospitalis”.

Domus hospitalis

In quei casi, umili pagliericci venivano predisposti lungo le pareti e veniva lasciato spazio al centro dove si trovava un pozzo da cui si traeva acqua fresca. Nella costruzione sono stati utilizzati elementi dell’antico convento di San Pietro del Tasso, distrutto dai saraceni nell’880. L’interno della chiesa è molto semplice, ad una navata. L’artistica architrave dell’entrata posteriore della cappella, varie acquasantiere ed altre antiche pietre conservate nell’attuale chiesa di San Domenico, risalgono al XIV secolo e provengono dal Convento benedettino di San Pietro del Tasso (IX sec.). Gli ornamenti lignei sono opera di Nicola Di Bucci di Isernia realizzati nel 1856. Dallo stesso Convento di Pesco Corvaro fu portata la croce stazionaria in pietra posta sull’aia davanti alla chiesa.

La “pandetta”

Elemento distintivo di questa chiesa tratturale è la “pandetta”, lapide in pietra posizionata sulla parete esterna posteriore della costruzione. In quella “Pandetta di Carovilli” viene trascritto il dispositivo della sentenza, emessa nel 1793 a favore dell’Università di Carovilli e Castiglione dal luogotenente della Camera della Sommaria Filippo Mazzocchi, a seguito di una causa, durata alcuni secoli, con i locati della Regia Dogana. In essa sono stabilite “lapidariamente” la “fida”, cioè il “pedaggio” da pagare all’Università suddetta “per gli animali che passano o pascolano” sulle erbe riservate ai buoi aratori locali, riconoscendo un tributo commisurato ai benefici ricevuti e ai danni causati all’economia pastorale che si svolgeva fuori dall’area tratturale doganale. Infatti, il Tratturello di San Domenico, non apparteneva al Regio demanio, ma a quello dell’Università.

Tariffe, grana e morra

La stessa disposizione, oltre a differenziare le tariffe, per animali piccoli o grandi, in caso di semplice passaggio o di sosta (grana 16 per ogni morra di pecore, grana 20 se ci pernottano, carlini cinque per ogni cento porci, e per ogni centinaio di animali grossi carlini 30), fissava una multa risarcitoria di 25 once d’oro, qualora non fossero osservate e fatte osservare le suddette disposizioni. Vale la pena di ricordare che il carlino è stato introdotto da Carlo D’Angiò nel 1278 e fu adottato successivamente anche dal Regno di Napoli. Un carlino corrispondeva a 10 grana, 20 tornesi e 100 cavalli.

INFORMAZIONI TURISTICHE
www.unplimolise.it

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